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Viola la privacy l’invio di sms volti ad acquisire il consenso per l’effettuazione dell’attività di marketing, in difetto del consenso originario.

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (n. 9920 del 28 marzo 2022) ha deciso il caso di una compagnia telefonica che aveva inviato sms per ottenere il consenso all’invio di comunicazioni marketing da chi in precedenza non l’aveva prestato, ritenendo tale campagna contra legem.

Rileva la Corte che nel concetto di attività di marketing vadano ricomprese, oltre alle tipiche attività di invio di materiale per la vendita diretta, anche quelle finalizzate all’invio di generiche ‘comunicazioni commerciali’. Ed è in tale contesto che va inquadrata la campagna che prevede l’invio di messaggi diretti a richiedere il consenso per l’esecuzione di successive attività di marketing. E come noto, quando la finalità del trattamento è l’attività di marketing, la base giuridica che legittima tale trattamento va ravvisata nel consenso libero, esplicito e prestato precedentemente all’inizio del trattamento. Nel caso sottoposto alla Corte, il consenso mancava del tutto e, come rilevato dagli Ermellini, “la mancanza del consenso” va equiparato “al dissenso” con la conseguenza che, “ove il consenso alle campagne di marketing non sia stato anteriormente prestato” si deve ritenere che “lo stesso sia stato semplicemente già negato al momento del contratto”. Quindi, conclude la Cassazione, le campagne marketing dirette a recuperare il consenso dei soggetti interessati in un momento successivo è da ritenersi illegittimo perché non precedute da un consenso esplicito che legittimerebbe tale trattamento di dati.

 

La pronuncia degli Ermellini conferma un’impostazione più volte espressa dal Garante e dalla stessa Corte di legittimità. Infatti, il medesimo principio era già stato espresso nell’aprile 2021 sempre dalla Corte di Cassazione, secondo la quale “una comunicazione telefonica finalizzata a ottenere il consenso per fini di marketing da chi l’abbia precedentemente negato, deve considerarsi essa stessa comunicazione commerciale poiché la finalità alla quale è imprescindibilmente collegato il consenso richiesto per il trattamento concorre a qualificare il trattamento stesso. Anche in questo caso, veniva qualificato come illegittimo “il trattamento dei dati personali delle persone contattate” perché effettuato “in assenza di consenso legittimamente manifestato…” (Cassazione civile, n. 11019 del 26 aprile 2021).

 

In conclusione, la sentenza in esame chiarisce ancora una volta il ruolo centrale che deve essere necessariamente attribuito al consenso manifestato dall’interessato, consenso che, ove assente, rende comunque illegittima “ogni successiva attività integrata da comunicazioni automatizzate volte a farne mutuare il senso … poiché finalizzata a commercializzare il servizio aggiuntivo nonostante la mancanza del consenso esplicito”.