201802.16
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Martedì, 16 febbraio 2018 - Con sentenza 55851 del 14 dicembre 2017 la Corte di Cassazione stabilisce che il profitto da confiscare all’ente deve comprendere esclusivamente il beneficio patrimoniale netto derivante dal fatto illecito.

Nel caso di specie, alla società imputata venivano contestati gli illeciti amministrativi derivanti dai reati di associazione a delinquere e corruzione di cui agli artt. 5, comma 1 lett. A), 10, 21, 24 ter, comma 2, 25 comma 3 di cui al d.lgs. 231/01. La società chiedeva il patteggiamento a cui seguiva la confisca del profitto derivante dal reato, determinato in un certo ammontare, sulla base del calcolo operato dal GIP ai fini del provvedimento di sequestro preventivo e a sua volta determinato sulla base delle osservazioni del consulente nominato dal PM.

Ebbene, la società proponeva ricorso e chiedeva l’annullamento del provvedimento, eccependo un vizio di motivazione in relazione al quantum del profitto del reato confiscato. Infatti, la ricorrente sosteneva che dal profitto avrebbero dovuto essere sottratte le spese generali sostenute in esecuzione del contratto, inclusi gli oneri fiscali.

La Corte ribadiva pertanto la differenza tra (i) i “reati contratto” nei quali si qualifica come reato la stipula di un contratto a prescindere dalla sua esecuzione e nei quali il profitto è conseguenza diretta dell’illecito e quindi deve essere direttamente confiscato e (ii) i “reati in contratto”, nei quali il reato incide sulla formazione ed esecuzione del contratto - come nel caso in esame, nel quale la condotta illecita era volta ad ottenere una commessa - ed in cui il profitto del reato deve essere valutato e adeguato alla situazione concreta. In particolare, la Corte distingue tra un profitto confiscabile, coincidente con il vantaggio economico derivante da reato, e il profitto non confiscabile e coincidente con una serie di prestazioni.

Il profitto, pertanto, assoggettabile a sequestro preventivo finalizzato alla confisca, nel caso di reati in contratto, dovrà essere determinato sulla base, da un lato, dei vantaggi causalmente conseguenti all’illecito e, dall’altro lato, sulla base del prezzo del contratto dal quale dovranno essere sottratte le somme riscosse dalla società e pari al valore della prestazione, utilitas, di cui la controparte si sia avvantaggiata.  Infatti, il profitto del reato è stato definito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. Pen., S.U., 27 marzo 2008, n. 26654) come il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato, e concretamente determinato al netto dell'effettiva utilità conseguita dal danneggiato nell'ambito di un eventuale rapporto contrattuale con l'ente. Le Sezioni Unite hanno inoltre specificato che da tale definizione deve escludersi qualsiasi parametro di tipo aziendalistico, per cui il profitto non può essere identificato con l’utile netto realizzato dall’ente.

La persona giuridica, penalmente responsabile ai sensi del d. lgs. 231/01, infatti, non può trarre un vantaggio economico dalla condotta illecita. Il valore della prestazione svolta a vantaggio deve essere commisurato sulla base dei costi vivi sostenuti dalla società in esecuzione del contratto. Per accertare ciò, il giudice potrà avvalersi degli accertamenti della polizia giudiziaria o di un tecnico che tengano conto dei bilanci, della contabilità e del costo di mercato di quella determinata prestazione. Proprio sulla base di tali accertamenti il giudice potrà determinare gli importi da scorporare dal ricavo lordo percepito dalla società e quindi il quantum del profitto confiscabile. 

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione con sentenza 1754 del 16 gennaio 2018 peraltro specifica che il profitto deve comunque e sempre corrispondere ad un mutamento materiale, attuale e di segno positivo della situazione patrimoniale del suo beneficiario e non costituisce profitto un qualsivoglia vantaggio che sia futuro, eventuale, immateriale o non ancora materializzato sebbene derivante da reato. 

 

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