201805.23
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Milano, 23 maggio 2018 - Con la recente sentenza n. 77/2018 – destinata ad avere un rilevante impatto sulla materia delle spese di giustizia – la Corte Costituzionale ha nuovamente ampliato il potere del Giudice civile di pronunciare la compensazione delle spese di lite, abilitandolo a rendere tale pronuncia anche per “gravi ed eccezionali ragioni” ulteriori alle limitatissime ipotesi (beninteso, al di là del caso principe della soccombenza reciproca) che le riforme degli ultimi anni avevano delineato.

Più in particolare e come noto, la compensazione delle spese tra le parti era tradizionalmente ammessa (sin dal codice di procedura civile del 1865) in presenza di ‘giusti motivi’, rimessi alla valutazione discrezionale del giudice. Tuttavia, dal momento che, in virtù di tale clausola generale, il ricorso alla compensazione era divenuto nel tempo pressoché sistematico, a partire dal 2005 il legislatore è ripetutamente intervenuto sull’art. 92 del codice di rito, dapprima esigendo che i ‘giusti motivi’ venissero “esplicitamente indicati nella motivazione”; poi, nel 2009, mutando tale requisito in “gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”; infine nel 2014, questa volta circoscrivendo il potere di compensazione (sempre salvo il caso della reciproca soccombenza) alle due sole ipotesi della “assoluta novità della questione trattata” o di “mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”.

Proprio in relazione a tale restrittiva disciplina i Tribunali di Torino e Reggio Emilia, entrambi in funzione di giudice del lavoro, hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 92, II comma, c.p.c., lamentando che siffatta limitazione del potere del giudice di pronunciare la compensazione risultasse sproporzionata, tendente “a scoraggiare in modo indebito l’esercizio dei diritti in sede giudiziaria” e in ultima analisi lesiva degli artt. 3, 24, 25 e 111 nonché di altre norme della Costituzione.

La pronuncia della Corte ha dunque dichiarato la incostituzionalità dell’art. 92, secondo comma, del codice di rito nella parte in cui “non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni”. Nel rendere tale condivisibile pronuncia, la Corte per un verso ha riconosciuto l’opportunità di limitare “alla ricorrenza di «gravi e eccezionali ragioni»” le eccezioni alla regola generale, per la quale i costi del processo debbano gravare sulla parte soccombente, che, con la sua infondata azione o resistenza in giudizio, ha reso necessario il ricorso alla tutela giurisdizionale. Per altro verso, tuttavia, ha ritenuto che la “rigidità” delle due ipotesi tassative previste dalla legge violasse il principio di ragionevolezza e di uguaglianza, indebitamente trascurando fattispecie (tra cui ad esempio quelle di “sopravvenienze relative a questioni dirimenti” o di “assoluta incertezza”) di gravità pari a quelle tipizzate. La Corte ha pertanto stabilito che le ipotesi considerate dal legislatore debbano svolgere una funzione “parametrica ed esplicativa” della clausola generale delle ‘gravi e eccezionali ragioni’, alla quale esse stesse sono ispirate e che merita di essere recuperata: in altri termini, le due ipotesi legali serviranno a orientare l’interprete nell’individuazione delle ulteriori fattispecie “di pari, o maggiore, gravità ed eccezionalità”, in presenza delle quali potrà essere disposta la compensazione delle spese di lite anche in caso di soccombenza totale di una parte a favore dell’altra.

 

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