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Roma, 9 novembre 2018 - Secondo una definizione adottata dall’Associazione Bancaria Italiana, per inclusione finanziaria “si intende il complesso di attività sviluppate per favorire l’accesso ai servizi bancari di soggetti e organizzazioni non ancora del tutto integrati nel sistema finanziario ordinario. Tali attività includono per le banche l’offerta di servizi finanziari di credito, risparmio, pagamento, con il trasferimento di fondi e rimesse, programmi di educazione finanziaria e di accoglienza in filiale”. L’inclusione finanziaria rappresenta dunque il livello d’integrazione della popolazione nel sistema finanziario ordinario; ad essa viene attribuito sempre di più dalla comunità internazionale un ruolo fondamentale nel consentire ai cittadini di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica, migliorando il sistema finanziario nel suo complesso con conseguente accrescimento del benessere e abbattimento della povertà.

Una tappa sostanziale nel riconoscimento dell’inclusione finanziaria a livello internazionale si è avuta nel G20 di Pittsburgh del 2009: per la prima volta i leader dei paesi hanno pronunciato il loro impegno a sostenere l’inclusione finanziaria e favorire il microcredito. L’impegno è stato concretizzato nella creazione di un gruppo d’esperti ad hoc, il Financial Inclusion Experts Group (FIEG), il quale, dopo lunghe consultazioni che ha coinvolto policy makers, autorità pubbliche e parti private, ha elaborato nel summit di Toronto del 2010 i “Principles for Innovative Financial Inclusion”. Questo framework consta di nove linee guida rivolta ai policy makers, formulate in termini molto ampi in modo da garantirne un’applicazione flessibile e mirata. I principi in questione sono “Leadership”, “Diversity”, “Innovation”, “Protection”, “Empowerment”, “Cooperation”, “Knowledge”, “Proportionality” and “Framework”.

Le cause che impediscono una totale capillarità dei sistemi finanziari (portando, quindi, ad “escludere” fasce più o meno ampie della popolazione) sono di varia natura e spesso molto complesse. La Commissione Europea tende a raggrupparle in tre categorie: “sociali”, “di domanda” e “di offerta”. Tra esse possiamo rinvenire un basso reddito pro capite, il divario generazionale rispetto all’uso delle nuove tecnologie, la mancanza d’accessibilità[1], i costi elevati, la scarsa apertura e trasparenza da parte degli operatori nonché gli atteggiamenti timorosi e diffidenti dei consumatori, specie i meno abbienti. Cruciale nel garantire la massima inclusione possibile è l’educazione del cittadino al funzionamento del mondo finanziario, tanto che l’OCSE ha sottolineato a più riprese come l’alfabetismo finanziario dovrebbe iniziare sin dall’età scolastica.

Secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2011 versavano in condizione d’esclusione finanziaria circa 2,5 miliardi di persone e 450 milioni d’imprese. Il tasso d’esclusione finanziaria nel 2017 è stato stimato dalla Banca Mondiale a circa 1,7 miliardi di persone. Le nuove tecnologie informatiche hanno avuto (e stanno ancora avendo) un ruolo chiave nell’ampliare l’inclusione finanziaria, permettendo alle banche, ad esempio, di offrire i propri servizi alla clientela on-line, senza bisogno che essi si rechino presso uno sportello (la c.d. “banca multimediale”). Secondo il Global Findex Database del 2017 redatto dalla Banca Mondiale, in tale anno il 52% degli adulti a livello globale ha effettuato pagamenti digitalmente contro il 42% nel 2014. La stessa Banca Mondiale ha calcolato che se i governi decidessero di effettuare pagamenti pubblici - quali gli stipendi dei lavoratori pubblici e le pensioni- attraverso strumenti digitali, il numero di adulti senza un conto bancario (unbanked) si ridurrebbe di circa 100 milioni.
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[1] In determinati paesi la difficoltà ad accedere al sistema finanziario è spesso drammatica, sia per complicazioni logistiche che per difficoltà burocratiche. Ad esempio, in India, il numero di persone in possesso di una carta d’identità tradizionale o di una patente è estremamente esiguo: per rimediarvi, nel 2009 è stato introdotto l’Aadhaar (le “fondamenta” in hindi), un database informatico che registra dati biometrici e demografici. Il sistema ha fornito numeri ID ad oltre un miliardo di persone, permettendo loro di accedere a servizi d’assistenza pubblica dai quali altrimenti sarebbero stati esclusi.

 

 

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