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Milano, 26 luglio 2018 - L’istituto in commento, contenuto negli articoli da 15 a 20-bis del D.P.R. n. 601/1973, delinea una peculiare imposta sostitutiva pari allo 0,25% in luogo delle imposte indirette dovute per l’erogazione di credito da parte di soggetti determinati, infatti, sebbene discusso da tempo il beneficio fiscale è applicabile alle sole banche con esclusione, pertanto, degli intermediari finanziari.

Sul tema le Sezioni Unite, con ordinanza n. 11373 del 3 giugno 2015, pur dichiarando di condividere la tesi ermeneutica restrittiva che esclude l’estensione dell’agevolazione in parola a soggetti diversi dalle banche, hanno rimesso la questione al vaglio della Corte Costituzionale sospettando un effetto distorsivo sulla concorrenza per l’esacerbazione del vantaggio ottenuto dalle banche in ragione del minor costo del prodotto da esse offerto ed il conseguente dubbio di conformità con i precetti di cui agli artt. 3 e 41 Cost., ed al relativo combinato.

Infatti, posto che le norme fiscali di agevolazione sono norme di “stretta interpretazione” non applicabili a casi non riconducibili al significato letterale, è preclusa l’estensione a figure soggettive diverse da quelle specificamente contemplate dalla norma, pertanto, l’intervento della Corte Costituzionale risultava necessario.

Sulla dibattuta questione la Corte Costituzionale con sentenza n. 242/2017, ha sancito l’illegittimità costituzionale dell’art. 15 D.P.R. n. 601/1973 nella parte in cui esclude l'applicabilità dell'agevolazione in capo agli intermediari finanziari. Si tratta di conclusioni raggiunte sulla base di un’interpretazione dichiaratamente volitiva e costituzionalmente orientata.

Da qui la Cassazione a Sezioni Unite n. 19106/2018, in commento, seguendo l’orientamento dei giudici costituzionali, ha ritenuto che: "non v'è ragione per cui gli investimenti produttivi siano discriminati in relazione al soggetto finanziante", ravvisando altrimenti il rischio di andare incontro a sospetti di illegittimità costituzionale sotto il profilo dell’uguaglianza, di cui all’art. 3 Cost., nonché di una contestuale violazione dell'art. 41 Cost., sotto il profilo della libertà di concorrenza.

Viene dunque sancita la necessità di estendere in via di interpretazione analogica un regime di esenzione eccezionale a soggetti diversi da quelli espressamente menzionati dal legislatore in ragione del fatto che ciò che rileva è l’elemento oggettivo dato dal finanziamento a medio e lungo termine il quale, comune ad entrambe le situazioni messe a confronto, determina l’irrilevanza della natura dei soggetti che pongono in essere tali attività.

Va osservato, infatti, che attualmente in un contesto in cui sono presenti una pluralità di operatori abilitati ad erogare finanziamenti, l'esclusione degli intermediari non trova più ragionevole giustificazione. Una interpretazione diversa collide con la ratio sottesa al beneficio poiché nel caso in esame essa afferisce al profilo dell'erogazione del credito e non a quello della predisposizione della provvista, pertanto, è irrilevante la modalità con la quale viene apprestata quest'ultima.

Dunque, tutto quanto fin qui detto è il risultato di una decisione che finalmente tiene in debita considerazione l’evoluzione del mercato del credito in cui il sistema bancario non è più il solo soggetto ad erogare finanziamenti. In conclusione, vale la pena precisare che l’imposta sostitutiva sui finanziamenti così applicata, che va ricordato è attivabile su opzione, può garantire un livello di imposizione sensibilmente inferiore ponendo fine ad una ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti finanziatori.

 

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