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Milano, 11 gennaio 2018 - Il 2017 è senz’altro stato l’anno delle criptovalute. Accanto al bitcoin, esistono altre decine di monete virtuali che nell’anno appena trascorso hanno visto una crescita esponenziale del proprio valore, prime tra tutte ripple ed ethereum.

La natura delle criptovalute è ampiamente dibattuta e vige incertezza rispetto alla disciplina ad esse applicabile, non solo a livello europeo.

Sappiamo che si tratta di strumenti che si distinguono dalle monete aventi corso legale perché non emesse da una banca centrale e non (ancora o del tutto) riconosciute quale mezzo di pagamento dagli Stati. Il termine “criptovalute” può addirittura apparire fuorviante se si considera che esse non possono essere ritenute delle vere e proprie “valute” (ossia monete aventi corso legale).

Se da un lato le monete virtuali non costituiscono valuta, dall’altro non sono assimilabili alla moneta. Infatti, tradizionalmente la moneta possiede le tre caratteristiche di mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Tale ultima caratteristica non è soddisfatta dalle criptovalute, che sono estremamente volatili, essendo il loro valore determinato esclusivamente dal rapporto tra domanda e offerta.

Alla luce di tali esclusioni, sembrerebbe più lineare considerare una criptovaluta come un bene che attribuisce utilità a chi la detiene grazie al suo valore di scambio ed ai bisogni economici che è in grado di soddisfare; assimilabile al baratto, in cui i beni sono scambiati sulla base dell’utilità ad essi attribuita dalle parti.

Sotto tale profilo, le criptovalute possono essere considerate “mezzi di scambio convenzionale”, che acquisiscono valore d’uso proporzionalmente alla crescita della fiducia accordata da parte dei consociati. In tal senso militano il parere della BCE del 12 ottobre 2016 (2016 / C459/ 05) e la definizione di “valuta virtuale” accolta dal d.lgs. n. 231 del 2007 (Antiriciclaggio), a seguito delle recenti modifiche introdotte dal d.lgs. n. 90 del 2017, quale “rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Tale inquadramento appare confermato dalla reale possibilità di utilizzare le criptovalute per effettuare acquisti online; ad esempio, è possibile utilizzare bitcoin per acquistare, tra l’altro, pacchetti viaggio e gift card di catene commerciali.

Eppure la corsa delle quotazioni degli ultimi mesi, unitamente all’apertura degli scambi di futures su bitcoin, a partire dallo scorso 11 dicembre su diverse piattaforme di prodotti derivati, sembrerebbero deporre in senso contrario. Le criptovalute hanno dimostrato una volatilità paragonabile a quella delle materie prime in tempo di guerra, circostanza che le avvicina sempre di più ad uno strumento speculativo piuttosto che ad un mezzo di scambio.

Le monete virtuali condividono infatti diverse caratteristiche con le materie prime – prima tra tutte la quantità limitata nel tempo – che favoriscono un meccanismo di “corsa alla criptovaluta” e, quindi, di aumento del loro valore; tutti elementi che rafforzano l’assimilabilità a strumenti speculativi.

Pochi giorni fa, il vicedirettore della Banca d’Italia Panetta ha definito il bitcoin come “un contratto che ci si scambia nella convinzione che possa valere di più in futuro. È un contratto altamente speculativo.” (M. Zatterin, I nostri istituti fuori gioco, se non innovano. Amazon può diventare un big del credito in La Stampa del 2.1.2018).

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